| LORENZO
BONECHI di CARLES D. MARCO
Non esistono "scienze" nel senso inteso dai nostri
razionalisti; vi sono soltanto umanità. Le "scienze",
in quanto opposte alle umanità, esistono solo nelle teste
dei filosofi in cui i sogni sfrecciano a briglia sciolta."
Paul Feyerabend, Addio alla ragione. Quando mi imbattei
per la prima volta nei quadri di Lorenzo Bonechi venni sopraffatto
dal desiderio di scappare dallumano, benché Iumano
trasudasse da tutta la sua opera e fosse persino il solido
sostegno del visibile. E piuttosto strano per un occidentale
dellera moderna scappare dalluomo esprimendone
tuttavia la sua più intima essenza: qualcosa di relativamente
semplice da capire per un qualsiasi asiatico si trasformava
in una domanda costante a partire da quel magico momento.
Con disinvoltura, vedendo di quanto poco abbia bisogno lo
spirito per accontentarsi, Lorenzo svelava allimprovviso
la portata di ciò che, nellandirivieni della modernità,
abbiamo finito per perdere.La sua tenera proposta evita
di farci sentire la nostra mutilazione come un che di doloroso,
per la nostra inquietudine, tuttavia, ci fa scoprire Iassenza,
lo spaventoso vuoto, mentre allo stesso tempo cerca di farci
riscoprire il senso del sacro, delleterno, del sublime.Ma
non realizza vacui pezzi intimistici, bensì crea degli spazi
austeri, costruiti da una sobria razionalità, la cui base
e la geometria degli antichi che scorre attraverso
profondità inviolabili e da questo punto ce la mette
tutta per cogliere e fissare Ietereo, una volta superata
la difficoltà cartesiana della realtà quotidiana. Propone
cosi una presenza fredda, estranea ai sentimenti, in cui
soltanto lo sguardo originale, solido e perfetto, e dotato
di potere poetico, e il pensiero può volare. Persegue la
purezza, non il suo concetto o la sua categoria, bensì la
sua più fisica ed elementare plasmazione nellavvenimento
pittorico. Le sue preoccupazioni su una cosi particolare
ambizione sono simili a quelle della Parigi degli anni trenta.
La sfida che si propone e più complessa. In quella città
gli artisti incontrarono nella geometria piana il dio che
cercavano. Bonechi non si appoggia su nessuna divinità concreta,
il miracolo lo erige con le figure umane e i paesaggi dalla
sua terra natale, la Toscana. Ne estrae da essa Ienergia
e le arcaiche fattezze che la compongono, e gli infonde
nuove forme espressive. La Toscana e una regione realmente
evocativa. II suo e un paesaggio inalterato, eterno ed essenziale,
in cui i fenomeni orografici sembrano praticamente delle
decorazioni e in cui, senza sforzo alcuno, si può ancora
immaginare i primitivi pittori italiani mentre eseguono
i loro bozzetti dal vero. II suo tempo e geologico e scorre
attraverso canali differenti da quello dellabituale
frenesia contemporanea. II viaggiatore si stupisce nel constatare
che chiaramente Lorenzo non deve praticamente inventare
nulla, ha soltanto bisogno di riprendere dalla realtà che
lo avvolge e dare forma a quello che vede. Persino le architetture
apparentemente sognate che si intravedono nei quadri sono
presenti, in maniera spontanea e naturale come il bosco,
negli incroci dei cammini, nei dolci pendii o nelle strade
acciottolate dei suoi paesini.Perfino le sue figure allungate
prendono corpo in alcuni dei suoi abitanti. Di sorpresa
in sorpresa, sullantico e accurato paesaggio toscano
comprendiamo via via qual e il compito dellartista:
insegnarci a vedere con i suoi occhi. Far si che ci eleviamo
assieme a lui nelle regioni inesplorate o abbandonate da
tanti secoli e che troviamo strane e a noi estranee; e a
creare un approccio ai suoi amati primitivi con la mente
ben disposta a penetrare nei loro segreti. Ci offre in qualche
modo, la possibilità di celebrare il rito iniziatico con
cui impiantare nuovamente in noi il sentimento dellessenza,
attraverso il quale poter percepire la verità che si nasconde
dietro la sua pittura. Ma tutta la sua commovente dolcezza
possiede una parte in penombra, poiché fa pensare alla tribù
e alla sua fede nellincarnazione di un mondo sacro
e quasi terrificante, che permane unito ai suoi esordi con
una forza di identificazione oscura, che assomiglia alla
sessualità alla sessualità sul piano più vicino alla
nostra materia fisica. Non tralascia il desiderio, sa che
"il dio Dionisio e troppo poderoso, e che il suo avversario
più intelligente e inevitabilmente vittima della sua magia
e che, trasformato da questultima, va a rotta di collo
verso la sua fatalità". E più ancora, sa che
"rispetto a tali forze miracolose conviene mostrare
almeno una simpatia diplomaticamente cauta" e lo dimostra
con i suoi magnifici nudi, Figura (1992) e Figura
(1993), che personalmente ritengo vere e proprie vette nel
campo dellarte di questi fine secolo. E poi e daccordo
con Artaud quando questi afferma che "il più piccolo
impulso di vero amore ci avvicina molto di più a Dio che
tutta la scienza che possiamo avere sulla creazione e sui
suoi stadi". Dopo il trasalimento, troviamo dei
nuovi segni che manifestano Iinnocenza di una passione
appagata, grazie a cui il resto della bellezza umana si
trasforma in spettacolo e non più in un oggetto di depredazione.
Con il suo potere fa riaffiorare il commovente fascino delle
virtù della gente semplice, la sua dolcezza, la sua ingenuità
e la sua possente presenza. Immaginiamo Iartista sorridente,
mentre stende sulla tela i colori nellintento di esprime
quel qualcosa che non riesco a definire con parole
sicuro di se stesso, tranquillo, dominando una serena
energia, capace, nei suoi migliori momenti, di estraniarsi
dalle cose terrene. Nel frattempo, il mondo gira attorno
a lui, avulso dalla realtà, che gode del contatto della
tela illuminata, della sua lieve rugosità, sentendo venir
fuori dalla tavolozza il miracolo delle forme mentre lotta
per dargli un senso.Luomo ha bisogno di credere, afferma
Kant quando parla dellilluminismo, e ciò avviene quando
la gente supera una immaturità che essa stessa si censura.
Lilluminismo del XVIII secolo rese la collettività
più matura nei confronti delle chiese. Uno strumento essenziale
per conseguire tale condizione fu la maggiore conoscenza
sulluomo e sul mondo. Pero, le istituzioni che crearono
e divulgarono le conoscenze necessarie ben presto condussero
ad una nuova specie di immaturità: oggigiorno si accetta
il verdetto degli scienziati o di altri esperti con lo stesso
rispetto che si elargiva temporibus illis ai vescovi e ai
cardinali.Tutto ciò viene a confermare la tanto discussa
espressione di Feyerabend: "Non ha alcun senso parlare
dellautorità della "ragione". Non vi sono
ragioni che obblighino a preferire la scienza e il razionalismo
occidentale ad altre tradizioni, o a dargli maggior peso",
sebbene ciò sia difficilmente dimostrabile, dato che per
poterlo fare, bisognerebbe avvalersi della stessa ragione
che rifiuta. Misurarmi con Iopera di Lorenzo Bonechi
fu unesperienza indimenticabile. Li, in mezzo alla
confusione di una mostra collettiva, emergeva quasi una
contraddizione, un breve paesaggio di vigorosi quadri che
interrogavano lo spettatore, che respiravano essi stessi
e che riuscivano a detenere gli altri. Attraevano lo sguardo,
e quando rimanevano indietro, finivano per suscitare la
curiosità per quelle insinuanti regioni soffuse, in cui
si dice che Ianima e il corpo si confondono, in cui
la ragione rimane senza argomenti e in cui, senza via duscita,
ognuno si vota ai propri dei. E fu cosi che nacque Iinteresse
per conoscere più da vicino quel piccolo prodigio. E fu
cosi che pian piano scoprimmo che Lorenzo Bonechi aveva
fatto capolino nel mondo dellarte negli anni ottanta
passando quasi in sordina per le gallerie darte
e che lavorava convinto che i concetti agglomerano
solo le forme basilari astratte frutto dellintuizione,
e cioè la corteccia, mentre Iarte in cui credeva esprimeva,
invece, il nocciolo, il gheriglio, il cuore delle cose.
Nel frattempo, il mondo artistico internazionale stava attraversando
un periodo di autentica rivolta, a base di dispute allinterno
dellarte concettuale, costruita su una razionalità
schiacciante che portava alla scomparsa delloggetto
e che penetrava nel labirinto del linguaggio. Tenendo presenti
le avvertenze degli scienziati discordi in fatto di educazione
e del suo intrinseco carattere perverso per ciò basti
conoscere il parere di Duchamp al rispetto lui poteva
constatare che Iarte contemporanea occidentale si
dedicava, e continua a farlo, ad un ruolo quasi puramente
istruttivo, cercando di mostrare sempre nuovi aspetti della
realtà ma apportando un semplice discorso generalistico,
al posto degli oggetti per entrare nel campo di una
nuova metafisica, basata sullausterità, il distacco
e il rigetto, a cui non erano estranee le conseguenze del
materialismo esacerbato degli anni ottanta. Nonostante la
crisi economica e le sue ripercussioni sui valori
e nonostante notevoli conseguimenti si sia praticamente
esaurito tale caparbio impegno continua. La riferenzialità
si appoggia sulle amate tracce che propose Rosalind
Kraus molto tempo fa su cui bisogna ricostruire Iopportuno
messaggio pedagogico, ovviamente critico e che quasi sempre
si esaurisce in se stesso e che, alla fine, finisce per
considerare lo spettatore quellessere immaturo e inerte
che di solito si intende per alunno. Apparteneva, tuttavia,
alle avanguardie la sublimazione dellimmediatezza
dei sensi al di la del significato che sono soliti
attribuire gli storiografi, a posteriori, a quasi tutti
i loro prodotti e ai loro risultati e, naturalmente,
si attribuivano la facezia di rappresentare in tono burlesco
il volto sempre serio del "professor" artista.
Nonostante gli sforzi dei dadaisti e dei surrealisti per
eludere lo status quo, quello stesso linguaggio logico,
freddo e pervertito, che aveva portato a due guerre mondiali,
si continua ancora ad utilizzare per esprimere significati
viziati, ed e ripreso dagli artisti moderni con la scusa
della sua "scientificità". Ricordiamo qui la sagacità
dei dadaisti quando chiesero di eliminare dal linguaggio
i sensi profondi, ma già corrotti, che si erano accumulati
nel corso dei secoli. La rivoluzione in sospeso, a cui mira
Bonechi probabilmente senza volere, e quella di considerare
lo spettatore come un essere adulto.Bisogna incominciare
a pensare nuovamente ad unarte che non ha bisogno
di spiegazioni, che non richieda Iuso delle parole,
dato che "come la corda sfiorata da un dito non spiega
il miracolo infinito dei suoni", neanche tutti
gli strumenti logici del linguaggio, e neppure tutta Ialgebra
di questo mondo sono in grado di spiegare la più elementare
delle sensazioni. E può anche darsi che sia più daccordo
che mai con quanto ha detto Hegel a questo proposito: "Iassoluto
sia, non concepito, bensì sentito e intuito: che si impongano
e vengano espressi, non il suo concetto, bensì il suo sentimento
e la sua intuizione". Basta provare che il fattore
intellettuale e molto più debole di quanto pretendano i
missionari della razionalità: se uno spiega che questa non
può esistere da sola, che ha bisogno di noi per sussistere,
che i cosiddetti argomenti a suo favore sono degli inganni
e che i suoi principi sono dei miti, "allora sorgerà
la possibilità di utilizzare i vantaggi del razionalismo
occidentale senza distruggere altri valori,... avremo riconosciuto
che vi e più di una miserabile maniera di fare le cose,
e cosi avremo aperto la strada ai sogni che finora non si
potevano realizzare". Ci sono vari tipi di saggezza...
Fate posto! Chissà, forse adottando un sottile meccanismo
di difesa dovuto non so se alla prudenza di fronte
allignoto, o alla stessa paura della differenza
si prova un certo timore a guardare dietro la tenda, o ci
confonde quello che troviamo dallaltra parte. Bonechi,
pero, ha saputo distanziarsi e ha sostenuto lunghi periodi
di tempo il suo sguardo sullineffabile, catturandone
Iappagante e concreta plenitudine. Come conseguenza
della sua ricerca, raggiunge una spiritualità primaria,
genesica, che concede alle cose una trasparenza e una durezza
celesti, e tutto questo a costo di far perdere completamente
allartista Iignobile timore di non piacere,
di restare fuori dal giro dellarte contemporanea.II
suo peculiare atteggiamento ricorda il momento della pace
provvisoria tra una guerra e Ialtra, e il crollo dei
valori vigenti, che probabilmente eccito la passione di
Brancusi per la mistica, o Iadesione di Kupka e Domela,
Kandinsky o Mondrian alla teologia naturale della Societe
Theosophique di Helena Blavastsky e alla sua personale concezione
del buddismo. Bonechi possiede dei legami molto stretti
con essi, ma non si identifica con nessuno di essi in particolare,
confida completamente in quellunico fermento intimo
sopra il quale vengono edificate tutte le religioni, antiche
e moderne, e cerca di meditare senza criticare, dato che
deduce che e più facile giudicare ciò che possiede contenuto
e consistenza e che e più difficile captarlo, e come un
ermetico savio dei tempi antichi, si appresta a raggiungere
mediante Iistinto e la tradizione, Iessenza
delle cose."In questi tempi lo spirito si rivela cosi
povero, come il pellegrino nel deserto sembra sospirare
solo per una goccia dacqua, per il tenue sentimento
del divino in generale, di cui ha bisogno per confortarsi".
Questa vaga idea di divinità si insinua sulle tele, sulle
carte, e da essa si deduce il suo smentito particolare della
moderna nozione dellopera e delluso volgare
del linguaggio creatore. I suoi quadri e i suoi disegni
non sono epidermiche immagini, bensì una riflessione completa
sullimmaginario collettivo, il sottostrato sul quale
cresce e si sviluppa la coscienza individuale e dal quale
questultima finisce per staccarsi.Come in Kounellis,
"le sue immagini, anche se non sono assolutamente confuse,
sono difficili da identificare a causa dellevanescenza
dei loro possibili significati... non sono estranee al linguaggio,
ma spesso sembrano avulse da esso e vanno ben oltre Iesprimibile"."
Realmente vediamo attraverso dei simboli, come proposero
i surrealisti. II pittore e il protagonista di una ricerca
di stampo filosofico, infinito e impossibile, promuovendo
delle domande sul senso del sacro nel nostro tempo, il sacro
primario, precedente alle stesse religioni e alle loro liturgie,
e che si apre alla vita. Bonechi, con il vistoso uso del
colore, stabilisce un dialogo con lo spettatore sulla spiritualità
naturale, nascosta tra le pieghe della modernità. Si rifà
allo squisito e quasi magico trecento italiano, il cui massimo
esponente e Giotto acclamato da molti come il primo
pittore moderno e si interessa anche di Lorenzetti
e di altri artisti meno noti. Ma Bonechi non si comprende
nemmeno senza Marinetti, Lissitzky, Malevich, o Mondrian.
Lui sa trovare quel mare sotterraneo che alimenta la storia,
al di sotto delle correnti occasionali.Ed e profondo senza
essere drammatico, possiede la dolcezza e anche Ienergia
della schiuma che corona la forza delle onde e ricupera,
quasi senza pensarci, la sacralità dellimmagine, il
suo senso pieno, in tutta la sua esuberante semplicità.Con
discrezione, quasi senza volerlo, e attento sol- tanto al
suo proprio desiderio, riesce a farci ricordare senza
stizza Iesistenza stessa della pittura, mettendo
in scena una lieve recriminazione per un mondo che fa di
tutto per dimenticarla.E con essa riesce a trascendere i
legami materiali, perché il quadro appaia come una metafora,
per trovare in esso qualcosa che si sovrappone a ciò che
e puramente visivo. Come succede con Hermann Nitsch
anche se e un pò azzardato dirlo, a volte pensiamo che entrambi
parlino delle stesse cose la sua vis espressiva e
tale che conduce alla sublimazione degli elementi fisici
in una realtà inesprimibile, ma evidentemente elevata. Per
qualche motivo appare uno sfondo come di respirazione cosmica,
che oltrepassa la scala dellumano. Le opere non si
limitano mai alla semplice presenza, ma diventano ambiti
immaginari, delle finestre aperte verso un mondo utopico
di forze pure. E in questo ideale di purezza, tutto appartiene
alla stessa specie primordiale, rimane immanente nel Semplice,
ma senza evadere dal momento presente, senza bisogno di
contare sulla soddisfazione illusoria in un aldilà. I suoi
quadri sono destinati a far sentire qui Iapparenza
latente di un mistero o di uno spirito divino, a favorire
il senso del divino nelluomo, senza pero sacrificare
Iumano. Le sue composizioni hanno un accento sacro,
magico e metafisico, sembrano realmente ricuperare quelle
vaghe e venerabili religioni del passato, libere di qualsiasi
intransigenza o di qualsiasi rito selvaggio che ci associavano
misteriosamente ai più antichi sogni delluomo e della
terra, ma senza impedirci una spiegazione laica dei fatti.E
questo confutare o porsi al margine delle religioni
di liturgie consunte e già troppo antiche per avere ancora
qualche senso lo trasforma in un utopico, dato che
non tiene conto ne della crudeltà delluomo, sempre
presente, ma si voglia o no, un motore della realtà, ne
della supposta necessita del suo opposto primario, la religione,
come metodo di incanalamento delle energie distruttive più
elementari e di utilizzo delle stesse in un senso civilizzatore.
Con ciò semplicemente ci fa scoprire che non ha bisogno
di essere dialettico dato che, come dice Hegel, "ci
piace sognare un tempo in cui Iuomo aveva un cielo
dotato di una fiumana di pensieri e di immagini. II senso
di quanto era, si trovava nel filo di luce che lo univa
al cielo..."" La sua opera, nonostante tutto,
possiede la rara qualità per cui, possedendo Iartista
la facoltà di esprimere Iineffabile, e con un punto
di vista inaccessibile ai profani, conserva tuttavia il
senso del suo valore relativo nellordine delle cose
e le misura in termini terrenali.E possibile intravedere
nella sua arte una certa continua presenza dellesaltazione
e Ianimo visionario dei grandi maestri prerinascimentali.
Le figure dei piccoli quadri gotici mantengono, come quelle
di Lorenzo, la stessa presenza glaciale, si mostrano libere
di qualsiasi eccitazione fisica, impassibili come Iequanimità
di un dio, fino ad un certo punto indifferenti a quanto
estraneo ad esse. I LAVORI Rispetto alle opere, la mostra
riunisce disegni dallinizio degli anni ottanta e dipinti
a partire dal 1986, anno in cui avviene il cambiamento più
significativo nella sua maniera di dipingere. Lorenzo Bonechi
inizia il suo cammino soggetto alle arti del disegno; i
fumetti e alcuni rappresentanti di questo genere, soprattutto
Moebius, esercitano una favorevole influenza su di lui,
ma praticamente subito metterà a punto e fisserà il suo
personale e noto rigore. I tratti disinvolti che possiamo
riscontrare nei primi anni ottanta sembrano degli insiemi
di linee aleatorie, che per la mera volontà dellartista
confluiscono, e che al loro incontro confinano figure e
forme. Abile nel chiaroscuro, riesce a dare ai suoi lavori
una solidità marmorea, e tuttavia straordinariamente leggera,
come e il caso della Figura con angelo (1982), una delle
sue opere più belle e suggestive dellinizio degli
anni ottanta. Li, con una sorprendente maestria, fa apparire
esattamente questo, una figura con una configurazione di
linee incrociate molto densa, un giovane dalla presenza
molto viva, con degli abiti da passeggio, e il cui volto
sembra scrutare Iosservatore, mentre un altro personaggio,
questa volta alato, mitico, questa volta risolto con molta
meno densità di tratti, che circonda il ragazzo con il braccio
e che, tanta e la sua leggerezza, sembra incredibilmente
che stia per elevarsi con lui. II gioco di luci e di ombre
ne La casa dellangelo (1983) o in Città (1983) o ne
La Partenza di Abramo (1982) o nel superbo Figura su paesaggio
(1981) sono riuscitissime espressioni di questa forma di
intendere, ma contengono anche le chiavi che ritroveremo
nei suoi lavori posteriori. Le architetture appaiono in
modo secondario, ma ostentano già molte delle qualità delle
solide anche se eteree strutture che appariranno nella sua
vasta serieCittà Celeste. La grande opera La via di Damasco
(1983) riproduce una figura in un interno, ma messa a fuoco
dalla luce che entra da una grande porta alle sue spalle,
sulla destra del quadro, e con un atrio dalle sottili colonne
al fondo dello stesso, che da sul di fuori. Unaltra
volta un frenetico incrocio di tratti crea la conformazione
di oggetti e di persone. Lopera riproduce un sogno
dellartista, e una delle poche volte in cui e disposto
ad entrare in un luogo che non sia quello del suo aperto
e amato paesaggio toscano. Due opere: Figura su paesaggio
del 1984 e del 1986 presentano la sua evoluzione verso
un maggiore sforzo e individualizzazione della linea, diminuendo
un pò il drammatismo naturale del chiaroscuro. Cosi
appare anche Angelo e Giacobbe (1984), in cui il tono drammatico
si centra nella stessa azione in cui si muovono i personaggi.
Un semplice e magnifico busto di donna,Figura (1992), ci
riporta ad una nuova forma di intendere il disegno, dato
che in esso i tratti sono molto meno impulsivi e si può
vedere come Iartista gode in ognuno di essi, e il
risultato e veramente magico. Bonechi e un grande disegnatore.
Ma decide di lottare a spada tratta per la pittura, forse
cosciente che il colore possiede delle qualità espressive
che non si possono simulare con un disegno. Nei suoi dipinti
realizzati prima del 1986, il peso ricade sul disegno. Credemmo
opportuno rappresentare gli anni precedenti soltanto con
i disegni, per articolare la mostra con essi e i dipinti
a partire da quellanno, dato che si potrebbe dire
che, in qualche modo, questi ultimi rappresentano una rottura
con i primi. Tra questi e quelli vi sono i quadri realizzati
prima del 1986. In essi il disegno e ancora il nerbo dellopera,
ancora non si e liberato della sua influenza. Tutti i quadri
della mostra esprimono il piacere e la meticolosità con
cui sono stati elaborati. In essi, e attraverso un sistematico
sforzo, Bonechi raggiunge un grado di espressività parallelo
ai suoi grandi conseguimenti nel campo del disegno, in questo
nuovo versante del colore che lui ha studiato da tanti anni.
E cosi appareLa Pergola (l992) alla Biennale di Venezia
del 1995, la prima opera intravista, dai colori puri, con
quella minima dissimetria che conformano i tre personaggi
e la straordinariamente semplice strutturazione del quadro,
che gli orientali considerano unespressione del modello
di bellezza. Bonechi studia le icone bizantine e trae tali
conclusioni. Bagnanti (1993) appartiene ad un altro genere
di ricerca. Opera perfettamente rifinita, e forse una delle
massime espressioni di libertà compositiva del suo autore.
Di nuovo il paesaggio toscano acquisisce una forte presenza
e avvolge le figure con il suo fascio di luce. Si alternano
figure nude con figure vestite in una specie di utopia umanistica.
I sembianti si fanno sereni, frutto di un delizioso equilibrio,
e i lineamenti sono dolci fino al deliquio; tuttavia, una
certa ombra di perplessità aleggia nel gruppo. Sembra quasi
che sappiano che il fascino della situazione non possa durare
a lungo, dato che e risaputo che la felicita e un capolavoro:
il più piccolo errore la adultera, la più lieve esitazione
la altera, il minimo appesantimento la offusca, e interrogano
con lo sguardo lo spettatore, facendolo pensare che soltanto
dipende da lui che la felicita sussista. Figure (l988),
un altro quadro ad olio di grandi dimensioni con sei personaggi
nudi, dal volto serio e quasi compunto, riesce a farri dimenticare
Iidea del peccato; qui il colore sembra il riflesso
di spots sulle superfici, e ha una presenza autonoma, critica
e radicalizzata, lontano dallequilibrio di altri dipinti.
Con Figure (1988) si ripete, con quattro ragazze dalle mani
incredibilmente allungate, i cui volti evocano le icone
che tanto hanno interessato Iartista. La geometria,
quella scienza dello spazio in grado di incarnare il sogno
costruttivo delluomo, prende peso nei suoi diversi
lavori acquisendo un titolo, Città celeste. Giochi compositivi
carichi di simbolismo, questi quadri sintetizzano e riassumono
i vincoli fra gli artisti medievali, italiani e bizantini,
con il costruttivismo dellavanguardia storica. Creati
per lusingare i sensi, diventano astratti a forza della
consistenza del colore e della linea; e danno Iimpressione
di una serena stabilita, di immutabilità, ben oltre apparenze
individuali e passeggere. I due piccoli nudi che vennero
esposi a New York, Figura (1992) e Figura (1993) suppongono
un rilassamento dellesigenza spirituale. In essi la
morbidezza ci riporta al Botticelli, le cui mitiche opere
fluiscono verso una piacevole e morbida ingenuità, e che
servono allartista come scusa per raggiungere la plenitudine
sensuale e, in tutta libertà, esprimerla nella sua più elementare
e originaria essenza. Abbiamo gia detto che in Bonechi la
passione appare soddisfatta e insita nellatteggiamento
con- templativo, ma ciò non significa che sia estraneo allerotismo
e allistinto. Ciò lo eleva e lo esenta anche dallessere
tacciato di eccessivamente severo, grazie a cui raggiunge
un alto livello di perfezione. La visione globale delle
opere di Lorenzo Bonechi e in grado di trasformare coscienze
come pretesero i leader avanguardisti in favore
della calma, in un mondo che non fluisce, in cui il tempo
da vivere si accorcia pericolosamente in favore di idoli
materiali, in cui si finisce per confondere i mezzi con
i fini, per cui corriamo il rischio di perire senza aver
saputo di cosa si trattasse, di sparire senza aver vissuto.
Lesperienza di Bonechi un audace pittore nei
tempi degli audiovisivi conferma il sospetto che
non tutto finisce dove la civiltà occidentale ha fissato
i suoi.
Carles D Marco3
Un articolo di Michele Ranchetti su Lorenzo Bonechi, estratto
dal catalogo edito dalla Galleria Carini - Firenze - nel
febbraio del 1989
I personaggi sembrano conversare, in un tempo che è estraneo
al presente, ma che è un presente fuori della storia. Sono
personaggi senza questo tempo, ma che vivono una loro storia.
Si direbbe che il pittore abbia voluto illustrare un racconto
di cui si sono perdute le parole: illustrazioni senza testo,
queste figure rimandano ad un presente fuori delle connotazioni
delle nostre vicende, estraneo, ma non ostile. Inoltre,
queste figure alludono ad una vicenda religiosa di cui si
è perduta la consapevolezza ma di cui è rimasta la devozione.
Salto all'indietro, il quadro tuttavia "rappresenta"
ma non saprebbe il pittore stesso riferire alcuna notizia
di quella storia che egli ritrae in assorta contemplazione
di cui si fa strumento, il solo, strumento rimasto. Bonechi
non riferisce, ascolta e trasmette senza interferire nella
vicenda: primo e unico spettatore, si limita a proporre
quella "conversazione" di cui non ha udito le
parole ma che sa essersi svolta in un tempo del quale gli
è dato conoscere i contorni e le figure, non le parole e
il significato. Per questo assiste e trasmette, nella prospettiva
che altri meglio di lui possa cogliere i nessi che a lui
forse sfuggono e farsi testimone oltre che di queste forme
anche di queste parole. Le scene di Bonechi sono ferme e
fisse. Nei suoi ultimi quadri è scomparso anche il movimento
allusivo che percorreva le sue opere precedenti. Qui non
è traccia alcuna di movimento. Anche l'arruffio delle superfici,
quei fili contorti che illustravano i contorni dei paesaggi
e delle figure sono scomparsi per dar luogo a superfici
compatte, dove non si scorge la pennellata, ma sembra che
la stesura del colore provenga da un esterno che si è riprodotto
nel corpo della materia pittorica. Inoltre, queste superfici
accolgono un colore piatto, disteso, senza ombre, o solo
con le ombre di altri colori non complementari, ma affini.
Sono anche queste tonalità rimandi ad un tempo fuori di
noi, un'illustrazione di una storia che forse ci ha preceduto
ma che più probabilmente sta fuori di noi in un suo presente:
noi ne vediamo i colori e le forme, grazie a Bonechi che
ce ne informa senza interferire. Sono tuttavia quadri drammatici,
ma, a differenza dei suoi lavori precedenti, il dramma è
come se si fosse già svolto: di esse è rimasta solo la memoria
nelle forme fisse: nessuna figura si muove, del movimento
precedente trattiene solo l'ultimo esito: ora è ferma e
nessun vento della storia potrà smuovere questi passi, investire
questi arredi, far mutare queste scene. Nessun vento e nessuna
memoria, il tempo è fisso e nessuno può più intervenire.
Le cose stanno così, Bonechi ce le asserisce e noi possiamo
solo contemplarle, assistendo a questa storia di figure
in conversazione, a questi paesaggi vuoti e fissi, anch'essi
in conversazione estatica. Ci si chiede perché Bonechi dipinga
così, perché sia passato da un racconto con figure in cui
era ancora possibile riconoscere l'eco di una vicenda già
conosciuta, tratta dal Vangelo o dalla storia pagana, a
questi schemi fissi, che alludono senza riferire. Ci si
può chiedere quali esperienze di vita e d'arte ha avuto
Bonechi negli ultimi anni. Infatti è come se all'illustrazione
compartecipata di temi e di problemi d'arte e di vita, quali
sono illustrati nelle sue opere precedenti, si fosse sostituita
un'unica attenzione che è di carattere devozionale. Come
se da tutta la storia dell' arte fosse solo rimasto vivo
un frammento: un atteggiamento devozionale. Infatti tutte
queste opere presuppongono una storia sacra non più ricostruibile.
Ciò che resta è solo l'atteggiamento verso di essa, l'atto
devozionale di uno spettatore e di chi contempla lo spettatore.
Questa storia sacra assomiglia ma non coincide con la storia
sacra della tradizione cristiana. Ne differisce per l'assenza
dei riferimenti più tradizionali ma anche per una diversa
attenzione: verso il paesaggio e verso le figure stesse.
Questi uomini e queste donne in posa in così astratta fisicità
sono personaggi, certo, di una "Buona Novella",
ma il loro senso non è quello della vicenda cristiana. Somigliano,
caso mai, alle figure dei vangeli dell'infanzia, e in questo
senso si richiamano ad una iconografia conosciuta, ma se
ne distinguono per l'assenza dei protagonisti. Esse, queste
figure, non appartengono alla storia dei protagonisti, ma
alla storia degli spettatori dell'evento. Anch'essi in qualche
modo partecipi, sono tuttavia diversi dagli attori, sono
quelli che erano là al momento del fatto: vi hanno assistito,
ma forse senza capirlo. Il fatto si è svolto sotto i loro
occhi, oppure accanto a loro. Essi ne hanno visto gli aspetti
più appariscenti, ma non hanno compreso il significato.
Spettatori del dramma, ne hanno accolto il valore, ma senza
comprenderlo, erano presenti, ma nessuno ha detto loro di
che cosa si trattasse. Essi hanno visto senza capire, e
sono rimasti fermi. E questa fissità di spettatori inconsapevoli
di un evento e di una storia "miracolosa" che
i quadri di Bonechi illustrano. Non i fatti, non i protagonisti,
ma gli spettatori del dramma: sfiorati dall'evento, in parte
solo partecipi, essi ora sono rimasti fermi e fissi senza
comprendere: la storia è avvenuta una volta per sempre,
ed essi ora possono solo contemplare il paesaggio dove è
passata questa storia e rimanerne come incantati. Ne è rimasta,
questo sì, una fortissima luce, e in questa luce essi ora
vivono. Bonechi così li ha visti, così ce ne riferisce.
Questa storia si è svolta in un paesaggio, ma questo paesaggio
ne è rimasto sconvolto, pietrificato. In esso viveva la
città, ma questa città ora è diventata traccia della città
celeste, non conserva più abitanti, ma solo superfici colorate,
volumi e quinte di una vicenda che in essa si è svolta scenario
di una sacra rappresentazione che qui ha avuto corso. Ma
anch'essa è avvenuta e ora è scomparsa: rimangono le mura
colorate, le quinte della scena miracolosa, nessuna traccia
delle figure. L'evento è lontano, è ormai un'altra storia
dalla nostra, e noi non possiamo ricostruirla, solo contemplarla.
Non è necessario chiedersi a quali scuole di pittura, a
quale cultura facciano riferimento le opere di Bonechi.
Certo, qualche traccia si può ritrovare, e basterebbe per
tutte le possibili citazioni, il riferimento ai senesi e
a qualche contemporaneo, Ferrazzi o Garbari o Borra. Ma
questi riferimenti sono molto esterni, è solo il gusto che
talvolta può richiamare un colore o una forma che Bonechi
può aver avuto presente. Certo, questi quadri appartengono
alla storia dell'arte, sono un momento della storia dell'arte,
ma, a differenza di molti quadri moderni che rinviano subito
al presente della nostra storia, questi, fanno riferimento
ad un'altra storia, ad un diverso presente. Non ad una storia
passata, malgrado le affinità con il Sassetta o i Lorenzetti,
ma ad una modalità sacra di vedere il nostro presente, anzi
non come un salto all'indietro, ma come uno scarto dilato
o verso l'alto, per attingere ad un punto di vista diverso,
metastorico sopra e accanto la nostra storia. E questo vale
anche per la cultura del Bonechi. Non è possibile trovare
un contemporaneo, scrittore o poeta che possa essergli messo
a fianco. I possibili riferimenti a Betocchi e a Lisi del
paese dell'anima sono del tutto esterni. Certo, non si può
riferire la sua pittura a matrici europee consegnate in
qualche movimento. Tutto sembra essergli estraneo, anche
se Bonechi conosce la storia dell'Arte. Il riferimento è
solo ad una forma letteraria diffusa nel Medio Evo, l'exemplum,
cioè le vicende di un personaggio assunto, come "esemplare".
Sono così costruite le vite dei santi e anche di personaggi
storici ai quali ci si può e si deve riferire per costruire
la propria vita. E questo "exemplum" l'unico confronto
possibile per la pittura di Bonechi. Infatti anche nell'exemplum
medioevale, le figure cessano di appartenere alla storia
per divenire esemplari di un presente metastorico, punti
di riferimento e non più personaggi: la loro vita è divenuta
un modello, le loro vicende diventano le possibili vicende
di tutti perdendo i contorni caratteristici, oppure le loro
singole vicende sono ascritte a un progetto di vita, a un
parametro di confronti possibili. Anche le figure di Bonechi
sono "exempla": anche per esse si può intravedere
una storia ma questa storia è divenuta un modello esemplare,
e solo al modello esse appartengono, il loro racconto è
divenuto immagine fissa. Si può solo ripeterne i gesti,
e infatti nella pittura di Bonechi ha grande rilevanza la
ripetizione. Nessun quadro è del tutto autonomo: esso ripete
gli altri, le figure di un quadro cercano le figure di un
altro quadro per riaccostarsi ad esse, per ripeterne i gesti.
Ma sappiamo il valore euristico della ripetizione. E così
è anche per le figure di Bonechi: una serie che si interrompe
in un quadro per riprendere in un altro il proprio significato,
nella luce fissa dell'evento indicibile.
Michele Ranchetti
Da "STORIA DI LORENZO BONECHI" di Giovanni Agosti
Lorenzo Bonechi nasce a Figline Valdarno, in Toscana, nel
1955, il 12 aprile; è il terzo figlio maschio di un insegnante
elementare appassionato d’arte. Fin da piccolo sfogliava i
libri illustrati posseduti da suo padre: il preferito era
un volume su Picasso. Da sempre era convinto che avrebbe fatto
il pittore: un mestiere intrapreso in famiglia anche da suo
fratello maggiore Marco, che è nato nel 1944. Ancora quando
era ragazzo gli cominciò la mania per i pellerossa e per il
loro mondo: una predilezione che lo ha accompagnato per tutta
la vita. Sulla scena del Far West Lorenzo è sempre stato dalla
parte degli indiani. Alle storie di Nuvola Rossa o di Toro
Seduto non ha dedicato solo le sue fantasie da ragazzino o
i suoi primi esperimenti da pittore, come si può veder in
alcune tele dai colori scuri della metà degli anni settanta
ancora di proprietà della famiglia, ma anche alcune opere
appartenenti alla fase pubblica del suo percorso artistico.
Ma, più in generale, sono le credenze degli indiani d’America
ad entrare a far parte del singolare spiritualismo di Lorenzo,
a far corto circuito con la sua educazione cattolica e con
il suo impegno politico rivoluzionario, necessario per chi
è stato giovane negli anni settanta e per di più in Toscana.
Resta necessariamente fuori da una storia artistica tradizionale
– ma invece qui se ne vuole, per una volta almeno, dare un
cenno – il riflesso teatrale che la passione per gli indiani
ha avuto per la vita di Lorenzo: penso ai campi per gli scout
con i Lupetti dotati di tende dipinte, su sua istigazione,
con scene del West o al canto indiano che si è sentito nella
collegiata di Figline al suo funerale.Negli anni in bilico
tra adolescenza e giovinezza sta anche un forte interesse,
a dire il vero generazionale, per i fumetti con esperimenti
nel campo e una dichiarata predilezione per Moebius. Lorenzo
era della generazione di Andrea Pazienza, morto anche lui
presto, tra i rimpianti e le tombe del Week-end postmoderno
di Tondelli. Non si fa fatica ad immaginare, a metà degli
anni settanta, gli occhi che sbattono di questi ragazzi di
fronte alle tavole, dalla vertiginosa fantasia con cui, senza
parole, Jean Giraud raccontava la saga, senza tempo, di Arzach,
I’eroe che vola a cavallo di un uccello preistorico che ha
il muso del Concorde. A Figline, a partire del 1969, esisteva
un "collettivo figlinese", dove i ragazzi si ritrovavano anche
per impegnarsi in attività artistiche. Tra queste aveva un
peso particolare la stampa, mezzo espressivo privilegiato
per il suo carattere di riproducibilità che permetteva, in
un certo senso, di scansare il problema della proprietà privata.
Al collettivo esistevano un torchio calcografico, un torchio
serigrafico e un torchio litografico; e in quell’ambito che
si collocano le prime esperienze di Lorenzo nel campo delle
stampe. E lì che prende forma il rapporto con Dino Carini,
di due anni più grande di lui e con molte più letture alle
spalle, destinato a diventare una sponda e un compagno per
tutta la vita professionale, ma non soltanto, di Lorenzo.
Dopo il Liceo artistico, gli studi all’Accademia di Belle
Arti a Firenze, qualche mesi di storia dell’arte all’Università
e poi, per qualche anno, un lavoro come insegnante di educazione
artistica nelle scuole medie della provincia di Firenze (dall’anno
scolastico 1978-1979 al 1984-1985). Ma ad certo punto, pur
avendo ottenuto un posto vicino alla propria casa, Lorenzo
rinuncia all’impiego statale che gli impedisce una totale
concentrazione nel propio impegno di artista. Faceva con passione
e con coscienza il suo mestiere di insegnante e spendeva parte
dello stipendio per acquistare i colori o gli altri materiali
con cui far disegna- re i ragazzi. In mezzo c’era stata la
sua prima mostra "di pittura e grafica" allestita presso il
Palazzo Pretorio di Figline, tra il 12 e il 20 settembre 1979.
II testo di presentazione era di Elisabetta Ermini, che più
tardi sarebbe diventata la moglie dello scultore Massimo Lippi,
buon amico di Lorenzo. Già in quell’occasione era dichiarata
la propensione ad una raffigurazione concentrata della natura
con personaggi immobili ed assorti. I paesaggi della campagna
vicino a Figline si riempivano di rimandi al mondo degli indiani
fuggendo anche cosi ogni tentazione naturalista. E’ importante
sottolineare come fin dall’inizio della carriera pubblica
di Lorenzo I’impegno nella grafica, disegni e stampe, corra
parallelo a quello della pittura: saranno proprio i disegni
di grandi dimensioni a procurargli i primi successi. E dal
mondo della stampa e dai macchinari connessi sarà per sempre
affascinato. Dopo la mostra del 1979 c’e stata una fase di
difficoltà, una specie di crisi di crescita: le rarissime
immagini conservate di quel periodo, in gran parte distrutte
da Lorenzo stesso, mostrano una specie di fastidioso surrealismo
un pò''’ fumettistico. Esistono ancora alcune stampe con delle
figure femminili dalle strane acconciature, ispirate addirittura
dai disegni di Pisanello, con sul fondo gli edifici di Figline.
In un autoritratto un gatto gigante poteva perfino far vedere
il muso sopra i tetti delle case del paese. Non capisco perché
Lorenzo, quando si riferiva a questa fase del suo lavoro,
evocasse I’espressionismo e facesse addirittura il nome di
Grosz. Poi, nel 1982, viene un’accelerazione. Lorenzo realizza
alcuni disegni di grande formato con ritratti di amici: e
a questi fogli che la mitologia famigliare affida un ruolo
di scolta nell’affermazione pubblica del suo valore. Queste
opere vengono mostrate ad Italo Mussa, che frequenta Figline
per via della Calcografica Studio dei fratelli Carini (Piero,
Dino e Valerio) attiva a partire dal 1978 e in rapporto di
lavoro, tra gli altri, con Carlo Maria Mariani. Tramite Mussa
si apre un rapporto di Lorenzo con il gallerista romano Gian
Enzo Sperone e la possibilità cosi di partecipare ad esposizioni
di livello nazionale. E da Leggenda dell’artista la scena
di Sperone che va nello studio di Lorenzo e compra tutto.
Tramite Mussa Lorenzo conosce anche uno dei suoi amici più
cari e fedeli, il fiorentino Carlo Bertocci che, partito come
critico d’arte contemporanea, era diventato pittore.Nel frattempo
Lorenzo viene arruolato nei ranghi di una tendenza che prende
il nome, di volta in volta, di "pittura colta" o di "anacronismo"
o ancora di "ipermanierismo" e che ha un discreto successo
fino alla meta degli anni ottanta all’incirca, in Italia soprattutto
ma anche all’estero. Non so togliermi dalla testa I’idea che
la creatività di Lorenzo abbia ben poco a che vedere con questo
genere di lavori. Può darsi che alcune delle riflessioni critiche
di Mussa o di Calvesi, ma soprattutto attraverso le trascrizioni
fornite da Dino Carini, abbiano avuto un certo peso su Lorenzo.
I suoi risultati figurativi pero non hanno niente a che vedere
con Piruca, Di Stasio, Galliani, la Gandolfi o Abate. Non
c’e nessuna superficiale frequentazione del mito da parte
di Lorenzo; non c’e rabbia, o invidia, nei confronti dei trionfi
tedeschi o americani della Transavanguardia. Per Lorenzo non
si può parlare di "ritorno alla pittura" o formule del genere:
lui non aveva mai smesso di dipingere fin da quando era piccolo.
E, del resto, perplessità su questo punto furono espresse
per tempo, proprio mentre le cose accadevano, da Carl Strehlke.
Nelle opere di Lorenzo c’e una sostanziale fedeltà al proprio
mondo espressivo, nessun gesto di pentitismo intellettuale:
ed anche quando compaiono degli edifici classicheggianti,
con timpani e trabeazioni, che potrebbero suonare come un
omaggio ai recenti fasti del postmoderno, spesso si tratta
invece di trascrizioni da costruzioni del Valdarno. Nel suo
repertorio iconografico non si assiste alle vistose introduzioni
della mitologia, che caratterizzano tanta pittura di quegli
anni, e che non sono senza contatti, almeno come spirito del
tempo, con I’impegno di tanti nel cercare di svolgere i temi
della sopravvivenza o rinascita dell’antico nell’arte italiana.
Erano ricerche che si potevano condurre in tanti modi e, avendo
partecipato anch’io a quella che non ci impiego molto a divenire
una moda storiografica, mi sento di dire che si poteva farlo
anche avendo ben altri punti di riferimento: dai lavori di
Giulio Paolini al Genet a Tangeri (un pò’ come Edipo
a Colono) dei Magazzini Criminali. E’ tutto a merito di
Lorenzo aver saputo lavorare su temi che I’arte del novencento
aveva trattato con un certo imbarazzo. E con grande rispetto
che e in grado di realizzare – ma siamo già nel 1985 – una
Crocifissione, alta quasi tre metri larga più di
quattro metri e mezzo. Intanto c’erano già stati Lazzari,
Giona, San Micheli e San Galgani e anche la Morte con la falce.
Aveva cari gli Angeli, custodi e non, prima che diventassero,
dalla seconda metà degli anni ottanta un elemento ricorrente
nella produzione artistica, solo raramente giustificato da
autentiche esigenze espressive. Non aveva avuto bisogno del
Cielo sopra Berlino o di altra falsa poesia. Lorenzo è
stato insomma capace di reintrodurre nell’arte italiana i
soggetti sacri, con un’adesione naturale e priva di retorica
e senza passare attraverso esperienze concettuali, che altre
educazioni avrebbero invece reso necessarie. E' una religione,
la sua, relativamente felice e senza sensi di colpa. Tra il
1983 e il 1985 opere di Lorenzo compaiono in numerose mostre
collettive, con una frequenza che non mi sembra caratterizzi
la fase successiva del suo lavoro. Tutto questo periodo culmina
e si conclude con la mostra monografica del l985 con cui veniva
inaugurata la Galleria Carini in via San Niccolò a Firenze.
Già a quell’al- altezza cronologica le formule della "pittura
colta" o simili si sono rivelate apertamente insufficienti,
e non e un caso allora che i testi introduttivi al catalogo
non spettino ai critici che erano stati banditori di quell’esperienza,
ma a persone con altre esperienze dietro le spalle: un prolifico
studioso di filosofia, dagli occasionali interessi figurativi,
che poi farà anche il romanziere, Franco Rella, per I’edizione
italiana, e uno storico dell’arte americano appassionato del
Quattrocento senese, Carl Strehlke, per quella in inglese.
Infatti la mostra in seguito si trasferì, con qualche variante
nei pezzi sposti, nella Galleria Fabian Carlsson di Londra
e in quella di Deborah Sharpe a New York. Bisogna pensare
per un attimo al grande successo dei giovani artisti italiani
in America, in quegli anni, e la connessa euforia e alle inevitabili
illusioni perdute di tanti. Nel girare vorticoso del denaro,
nelle buone maniere apprese con velocità, in una specie di
mondanità spesso da strapazzo fa piacere ricordare che Lorenzo
Bonechi non accetto il posto che gli veniva offerto. I disegni
e le tele di questi anni, molto spesso di grandi dimensioni,
sono accompagnati da un’intensa attività grafica svolta sempre
presso la Stamperia Carini a San Giovanni Valdarno: i risultati
più importanti sono probabilmente la cartella con cinque puntesecche
del 1984 e la Caccia al cervo del 1985. Quest’ultima
venne comprata anche dalla Tate Gallery, dove gai erano giunte
tra 1983 e 1984 altre quattro stampe di Lorenzo. Allora non
lo conoscevo, ma penso che queste siano state tra le maggiori
soddisfazioni della sua carriera. In quegli anni c’e un forte
consenso anche da parte del mercato nei confronti della felicita
espressiva dell’artista non ancora trentenne: oltre a stampe,
disegni e dipinti, vengono le commissioni per imprese più
complesse come il progetto per la decorazione di una sala
della dimora di un collezionista svedese. Non si trattava
solo di lavori su commissione: la pittura o il disegno non
bastavano a contenere I’energia di Lorenzo, ed accanto alle
sculture in bronzo o in terracotta, che sono presenti ad intervalli
lungo tutto il suo percorso, che, a parole almeno, voleva
essere anche quello di uno scultore, bisogna tener presente
la progettazione, non sempre accompagnata dalla realizzazione,
di veri e propri ambienti. In un certo senso ambienti erano
anche i modelli tridimensionali realizzati in argilla che
precedevano la pittura dei dipinti più complessi: quasi una
specie dei teatrini su cui Poussin provava le proprie composizioni.
Di questi materiali deperibili restano delle fotografie del
plastico costruito in vista del dipinto con la Caccia al
cervo del 1985: sono provate in argilla le forre del terreno
e per figurare gli alberi vengono utilizzati dei rami. Poi
spetta al quadro e ancor più alla stampa cercare di fondere
tutta I’immagine con un respiro che guardava alle creazioni
del vecchio Tiziano. Mentre la situazione di successo continuava
a durare e non mancavano gli inviti a trasferirsi altrove,
Lorenzo decide di restare a Figline e comincia a provare una
sorta di scontento, se non addirittura di fastidio, per il
suo tratto. Lo stile molto personale a cui era giunto, senza
far concessioni al trovarobato di quella che veniva detta
"pittura colta", gli pareva improntato ad eccessiva facilità,
quasi una calligrafia: i segni filanti della matita o del
pennello gli sembravano come degli spaghetti, destituiti cioè
di una necessita espressiva. Era il veloce maturare di una
persona brava che non si accontenta dei risultati ottenuti
e che non cerca il plauso a tutti costi. Mi viene in mente
per confronto, legittimato da una vicinanza geografica (la
Toscana tra il Casentino, il Valdarno e la Valdichiana) e
generazionale (chi e nato al principio degli anni cinquanta),
il rigore della ricerca teatrale di Narion D’Amburgo, Sandro
Lombardi e Federico Tiezzi, che, all’indomani di un successo,
a suo modo, da far epoca come quello raggiunto da Crollo
nervoso nel 1980, si rifiutarono di ripetere quell’exploit,
preferendo seguire le proprie necessita espressive. Succede
cosi nel corso del l986 un brusco cambio di stile in Lorenzo
Bonechi. II segno a matasse e lasciato al passato e poco importa
che sia richiesto dai galleristi. Avviene da un giorno con
I’altro la scoperta di Bizanzio, la rinuncia alla facilita
di un tratto già riconoscibile. II nuovo rimando non porta
con se nessun decadentismo: per Lorenzo I’arte bizantina e
costruttiva, e all’origine della svolta con cui Cimabue e
poi Giotto fondano I’arte italiana. Non riusciva a condividere
(ma forse nemmeno a capire) I’esortazione di Longhi a "potare
dal tronco italiano il ramo bizantino, non perché alieno,
ma perché arrivato secco e senza capacita d’innesto". Non
poteva accettare frasi cosi: "...quanto più libero il pittore
delle caverne preistoriche assediato dai bisonti e che li
dipinge tuttavia senza che noi possiamo intendere lo scopo
della sua attività, in confronto al pittore bizantino che,
erede di una tecnica impeccabile, la costringe nel polmone
meccanico delle prescrizioni dell’ortodossia, applicandole
come un automa che non può sgarrare!". Alla fine, implicitamente
almeno, pronuncerà con le opere il suo Giudizio sul Duecento,
ma in quel momento, svoltata la meta degli anni ottanta, la
ieraticità e la fissità delle immagini bizantine gli sembravano
un tirocinio necessario per riuscire ad adeguare i mezzi alle
proprie volontà espressive. Lorenzo usa le icone per imparare
a costruire un volto o una mano. I personaggi, come al solito
dalle forme allungate, quasi come un rispecchiamento della
struttura fisica dell’artista (Lorenzo era alto e magro),
si irrigidiscono. L’afflato, che poteva parere romantico,
della fase degli spaghetti e completamente dimenticato. E
forte adesso I’esigenza di adeguare anche il colore, che non
deve essere più dato alla brava, ad un rigoroso impegno che
e dichiaratamente anche morale. Sono immagini all’inizio ostiche
nel loro carattere di alfabeto, che spiazzano mercanti, collezionisti
ed amici. Della pittura bizantina, sentita come erede della
pittura ellenistica e quindi dentro il percorso della storia,
Lorenzo apprezza particolarmente I’uso non casuale del colore.
Riflette sull’oro dei fondi ma, al posto di restituirlo, ne
cerca un equivalente timbrico nel giallo. Cresce la luce.
Nel mondo bizantino sembra attratto anche dal carattere di
anonimato delle icone, anche di quelle russe realizzate in
tempi molto vicini a noi. Dipingere immagini di cui si ignora
I’autore con cui ricoprire i tabernacoli sparsi per il Valdarno,
quelli che nella lingua di li si chiamano i madonnini, era
uno dei suoi sogni. E attratto da una possibile impersonalità
delle opere, ed è logico quindi che al vertice di tutto ci
debbano stare gli acheropiti, le immagini non dipinte da mani
umane. E cosi le sue figure si trovano a voler aspirare a
sfuggire precisi riferimenti cronologici, quasi volessero
andare al di la delle apparenze. II richiamo a Bisanzio e
strettamente calato nella storia dei luoghi frequentati da
Lorenzo, tra i nomi a lui cari: basta pensare a come le rocce
dei mosaici di Coppo di Marcovaldo o delle tavole di Guido
da Siena si rifrangono nelle sue composizioni sui calanchi
vicino a Castelfranco, nel Valdarno superiore, sponde dei
laghi che nella preistoria occupavano questo tratto della
Toscana. Da li, sottoposti ad una distillazione, decantati
nella calma, vengono i suoi Paesaggi del 1988. Casca a questo
punto uno dei pochi lunghi viaggi di Lorenzo, verso la Grecia
e la Turchia nell’estate del 1987, a cercare di vedere dal
vero immagini a lungo guardate sui libri. Ritorna da quel
vicino Oriente fortificato nelle sue scelte verso Bizanzio.
Ma ci sono anche altre voci, molto più recenti, che hanno
cominciato ad interferire sul lavoro di Lorenzo. Non so se
sia venuta prima la passione per Borra o quella per Garbari.
Almeno per me, il nome di Pompeo Borra (1898-1973) era legato
soltanto alla sua monografia su Piero della Francesca, pubblicata
nel 1950, e che a Roberto Longhi era apparsa "lamentevole",
come se Piero fosse visto attraverso "gli occhi spessi di
Lorentino d’Arezzo". Lorenzo conobbe casualmente delle opere
di Borra, se ne appassiono e addirittura nel 1987 la Galleria
Carini organizzo a Firenze una mostra di sue opere degli anni
quaranta. Nel settembre di quell’anno c’era già stato un anticipo
al Colore dei miracoli alla Volpaia. All’improvviso i paesaggi
di Borra o i suoi cavalieri o i suoi ragazzotti dai costumi
colorati erano diventati un’altra cosa: visti attraverso il
filtro della pittura di Lorenzo perdevano ogni traccia di
novecentismo e diventavano accostanti. Finche si rimaneva
nelle sale della galleria I’operazione, leggermente concettuale
ed ideologica, sembrava riuscire: sembrava che non si trattasse
dell’ennesima riscoperta di un pittore fra le due guerre.
E altrettanto si poteva dire osservando in casa di Lorenzo,
in mezzo alle sue opere, sopra il telefono, il Cavaliere di
Borra con i vestiti colorati e il muso della bestia in primo
piano. Con Tullio Garbari (1802-1931) le cose stanno in maniera
molto diversa. Si tratta di uno degli artisti del nostro secolo
con cui inspiegabilmente il lavoro di Lorenzo trova più consonanze.
C’e la moralità, la religione, la solitudine, la voglia di
anonimato, la passione per gli ex- voto dei santuari, la ricerca
di un linguaggio elementare...: sono gli unici quadri sacri
del nostro tempo che si lasci- no guardare. I dipinti estremi
di Garbari, come la Composizione bucolica religiosa, con il
bue e I’asino che ballano alla nascita di Gesù, o il Trionfo
di San Tommaso, dove un bambino giudica I’universo, ancora
non hanno preso il posto che meritano nella storia artistica
del novecento italiano. Che poi Garbari sia morto improvvisamente
a trentanove anni, come Lorenzo, e forse un parallelismo estrinseco
che non mi so pero cacciare dalla testa. La passione per i
nomi e per i luoghi mi fa ricordare che Garbari e nato a Pergine
in Valsugana: e una Pergjne esiste anche nel Valdarno. Forse
entrambi pensavano che solo nelle valli si potesse cercare
uno scampo. La testimonianza migliore di tutta questa fase
del percorso di Lorenzo e costituita dal catalogo della nuova
mostra monografica allestita presso la Galleria Carini di
Firenze nel febbraio 1989. Non era un catalogo comune ma una
dichiarazione di poetica, realizzata, dopo mille prove, gomito
a gomito, con Dino Carini. E un libretto molto costoso, dove
il carattere sentimentale, completamente trattenuto nelle
immagini dipinte dall’artista sulla tela o sulla carta, sgorga
nel con frontespizio con una fotografia di Lorenzo di spalle
vicino ad un torrente in uno dei luoghi più cari della sua
vita, Gorgiti, e a poche pagine dal finale con un’immagine
luminosissima delle case di un isola greca dagli intonaci
colorati affacciati sul mare blu. Anche questa volta il testo
di presentazione contenuto nel catalogo non e di un critico
d’arte. Tocca a Michele Rancheti, anziano studioso di Wittgenstein
e di teologia e di storia della chiesa, sottolineare il carattere
devozionale dell’arte di Lorenzo: ma I’aggettivo ha perso
ogni traccia del carattere negativo che si porta quasi sempre
con se negli studi di storia dell’arte. E, semmai, la religione
di don Milani, al cui funerale con "i suoi ragazzi che hanno
visto la sua violenza scomparire nella terra" proprio Ranchetti
aveva dedicato una poesia. La pagina più commovente del catalogo
del 1989 e per me quella che contiene una specie di tavola
pitagorica dove stanno scritti senza interruzioni tutti i
nomi di luoghi cari a Lorenzo, secondo la suprema endiadi
proustiana dei "Noms de pays: le nom" e dei "Noms de pays:
le pays". Non ci sono solo i posti della Toscana e dell’Umbria
ma anche le località della Grecia e della Sicilia e Castiglione
Olona, in Lombardia, dove gli affreschi rosa e biondi di Masolino
fecero molta impressione a Lorenzo. Al reticolo delle parole
si sovrappone lo schizzo di un tavolo dorato con un piano
blu: I’altare che Lorenzo progettava ma che non fu mai realizzato:
voleva farlo in bronzo, con un piano di lapislazzuli, quella
che gli sembrava la "materia-colore" per eccellenza. Contemporaneamente
alla mostra alla Galleria Carini, nel febbraio 1989, veniva
pubblicata a Figline una raccolta di poesie di un amico di
Lorenzo, Guido Pellegrini: era illustrata da alcuni disegni
di Lorenzo e di Paolo Maione, un giovane scultore, nato a
San Giovanni d’Asso, in provincia di Siena, e che vive a Reggello.
L’episodio, per quanto limitato, sta a dire quanto per Lorenzo
abbiano contato i rapporti di amicizia con le persone del
proprio paese. Quel genere di legami, soprattutto con chi
aveva su per giù la sua stessa età, da sicurezza a tutto il
suo lavoro. E c’e poi la forte propensione alla pedagogia,
ad insegnare a quelli più piccoli quanto si e appreso e dove
si e arrivati. Intanto a Figline era stata tentata una responsabile
politica culturale da parte del Comune. Le amministrazioni
che si sono succedute erano riuscite a costruire, in un decennio
di sbandamento della storia italiana recente, come sono stati
gli anni ottanta, una serie di iniziative concrete, a partire
dalla mostra fotografica sul Maestro di Figline nel l980 con
i testi chiari e semplici di Luciano Bellosi e le impuntature
di forte intelligenza critica di Alessandro Conti. E da li
per un decennio restauri e studi veri, secondo un nesso che
altrove, nel nostro paese, e spesso saltato. Di molto era
stato responsabile proprio Alessandro Conti. Lorenzo, e nello
scriverlo si rischia già di tracciare i contorni di un’immaginetta,
disegnava la tessera per un’associazione di Figline, il Circolo
letterario Semmelweis: ma i tormenti di Celine gli erano,
credo, del tutto ignoti; oppure realizzava le stampe per i
matrimoni degli amici e i battesimi dei loro bambini; oppure
progettava il ciborio per la chiesa di Ponterosso, dove allora
aveva lo studio; oppure, ancora, dipingeva lo stemma vescovile
sulla facciata della chiesa di Castelfranco, vicino a cui
aveva deciso di trasferirsi ad abitare. Era lo stemma del
vescovo di Fiesole, da cui dipende quel tratto del Valdarno.
Nel frattempo Lorenzo aveva cominciato ad andare, quasi tutte
le domeniche, propio a Fiesole, a sentire predicare padre
Balducci alla Badia. Parlava contro le guerre e i crimini
di stato e i servitori del potere e le ristrettezze della
ragione occidentale, ricordava i ragazzi di Barbiana, parlava
del pellerossa che al Presidente degli Stati Uniti, che voleva
comprare, e pagandole bene, le terre degli indios, aveva risposto:
"Non si vende la propria madre"... "La natura e una soggettività
piena di segreti, non e una pura estensione da dividere in
ettari e da vendere. Le cose tutte hanno una loro soggettività...
L’uomo deve smettere di sentirsi il padrone del creato e deve
abituare a sentirsi come il punto di autoconsapevolezza di
un sistema di rapporti i cui protagonisti sono le cose nel
loro insieme"... Chissà che echi nella testa di Lorenzo...
E cosi quando, nel luglio del 1989, allestiva una piccola
mostra nella sala capitolare nella Pieve di San Pietro a Cascia
di Reggello, ebbe I’idea di chiedere proprio a padre Balducci
di scrivere sul suo lavoro. Si trattava di recuperare nel
vecchio sacerdote una mai dimenticata passione figurativa:
il testo che ne venne e una delle cose più pertinenti che
siano state scritte sul lavoro di Lorenzo. Per un attimo si
corre col pensiero ad immaginare un felice e colorato Giardino
dell’al di la, come quelli dipinti da Lorenzo proprio nel
1989, con lui, padre Balducci e don Milani a parlare di pittura...
Le persone che si ritrovano e si fanno reciprocamente festa
secondo I’idea messa in atto da Giovanni di Paolo nel famoso
Paradiso del Metroplitan. Padre Balducci e capace di chiarire
come le immagini di Lorenzo stanno al limite "tra la semplicità
espressiva e quel sentimento nascosto che io vorrei chiamare
dello stupore. Uno stupore fatto di attesa, aperta verso qualcosa
che deve avvenire". Ma c’e anche I’idea, molto bella, che
la luce intensissima dentro cui si muovono i personaggi di
Lorenzo sia venata di malinconia perché ci si trova "dopo
il crollo di quanto c’era prima". Saranno state cosi le immagini
sacre del futuro su cui si interrogava, tra Furore, simbolo>
e valore e La fine del mondo, Ernesto De Martino? Lorenzo
si sarebbe accontentato di realizzare le pitture sacre del
nostro tempo. Nei lavori di questi anni cresce progressivamente
I’interesse per la raffigurazione di architetture. II tema
della Città Celeste, la Gerusalemme che appare a San Giovanni
nell’Apocalisse, diventa uno dei temi centrali della ricerca
di Lorenzo. Ma non e più la città protetta dalle torri sovrastate
dagli angeli guardiani verso cui si avviavano due giovani,
come nella composizione del 1985. La Città Celeste> di adesso
e un luogo mentale dove la luce e il colore si uniscono. Ogni
traccia di ordini architettonici e abbandonata. E queste Città
Celesti sono rigorosamente disabitate. Solo una, che io sappia,
ha conosciuto degli abitanti: e quella, costruita con cartone
e compensato e tinta di colori calcinati, che Lorenzo realizzò
come fondale per il presepio di casa sua nel Natale del 1992.
L’interesse che da sempre Lorenzo nutriva per la storia delle
immagini si va progressivamente fissando in un’impresa che
lo accompagna per un paio d’anni: la realizzazione di copie
da dipinti antichi. Paradossalmente il problema di affrontare
direttamente la pittura del passato scatta quando I’esperienza
della "pittura colta", anche come etichetta commerciale, e
ormai morta e sepolta: possibilità di equivoci non ce ne sono
più. Lorenzo era stato molto colpito dalle riproduzioni fotografiche
che il parroco di Cascia aveva distribuito nel 1988 in occasione
del trasferimento nella pieve del trittico di San Giovenale
del 1422. Quelle figure erano prive di ogni didascalia; non
c’era nemmeno il nome altisonante di Masaccio o di chi per
lui: erano pure immagini. Da li scatta I’idea di fare delle
"copie (la parola e proprio di Lorenzo) dove persino I’autore
sembra annullarsi e limitarsi a reagire alle vibrazioni, alla
forza che un’immagine del passato li comunica perché essa
e ormai dentro di lui. Lorenzo credeva infatti di poter usare
quelle figure antiche per poter esprimere se stesso. Ed in
questo senso si spiegano le scelte tecniche del suo lavoro
che non e mai volto ad una restituzione materiale della pittura
antica: queste copie infatti sono dipinte su tela e non su
tavola o su muro, come gli originali; in esse il fondo d’oro
non viene eseguito con il ricorso all’oro ma al giallo. Anche
le dimensioni scelte non sono mai quelle dei modelli. Per
realizzare le copie ci voleva moltissimo tempo, ed il perfezionismo
di Lorenzo ne richiedeva ancora di più. Le immagini prendevano
forma attraverso pennella- te minutissime ed erano sempre
precedute da numerosi studi grafici. I modelli privilegiati
erano quelli del Tre e del primo Quattrocento tra Firenze
e Siena (Pietro Lorenzetti, Taddeo Gaddi, Giovanni del Biondo,
Giovanni di Paolo, Sano di Pietro, Vecchietta...): provenivano
cioè dai luoghi in cui Lorenzo era cresciuto. Li stavano quelle
che era convinto che fossero le sue radici espressive. Anche
le opere più recenti su cui interveniva, come quelle del Beato
Angelico, venivano sospinte verso il passato e volontariamente
non ne veniva inteso il carattere di testimonianze di una
precocissima passione prospettica. I criteri con cui Lorenzo
si rivolgeva alla storia delle immagini erano molto diversi
dai miei: per fare un esempio soltanto, mi sembrava incomprensibile
il suo entusiasmo per Giovanni del Biondo, la sua passione
per la più inerte pittura fiorentina del secondo Trecento.
Pero quando era stata la volta de La Verna, tratta
da un particolare degli affreschi di Pietro Lorenzetti ad
Assisi, mi aveva fatto davvero piacere che Lorenzo intendesse
la portata fortemente realistica di queste immagini. Vengono
in mente le parole di Luciano Bellosi quando scrive, proprio
a proposito di questi affreschi: "Pietro Lorenzetti e qui
nel momento più felice della sua attività. Probabilmente ancora
assai giovane, vive la propria arte con un’energia e una carica
entusiastica straordinaria. Lo si sente dalla vivezza perentoria
della gamma cromatica, dallo stridore di certi episodi espressionistici,
dalla bellezza e pregnanza dei gesti, dallo spettacolo dei
fondali articolatissimi di rocce e di architetture, dalla
libertà mentale di certe trovate naturalistiche...". Lorenzo
teneva molto a questo lavoro sulle copie che lo tenne impegnato
fino al 199I almeno, senza contemporaneamente rinunciare a
portare avanti le altre linee della sua ricerca. Non abbandonava
ancora le figurazioni più rigidamente bizantine ma I’avvio
ad un intenerimento si può notare già nelle Conversazioni
del 1990 e dell’anno successivo. Su queste immagini pesava
il ricordo – per il bilanciamento dei corpi affrontati – delle
formelle delle porte bronzee di Donatello nella Sagrestia
vecchia di San Lorenzo. Si può aggiungere anche che Lorenzo
studiava dal vero il modo con cui dovevano cadere le vesti
dei suoi personaggi: a questo scopo faceva realizzare in famiglia
dei costumi che venivano fatti indossare a sua moglie Stefania
o ad altre amiche. Delle fotografie servi- vano ad orientare
il seguito del lungo lavoro. Questa coesistenza di diverse
soluzioni, alcune destinate ad esaurirsi ed altre cariche
di futuro, era ben dimostrata dalla mostra personale che Lorenzo
tenne nel l99 I alla Galleria Hilger di Vienna. Questa volta
il testo che apriva il catalogo era di Friedhelm Mennekes,
un sacerdote tedesco di mezza età che aveva portato a lavorare
dentro la propria chiesa di Colonia Hermann Nitsch o Arnulf
Rainer.Le sigle, per cosi dire bizantine, dovevano ancora
dare vita come in un traguardo finale ad una serie di Città
Celesti che si susseguono fino a pochi mesi prima della
morte. Sono variazioni una dopo I’altra di progressivo estremismo
che raggiunge il vertice nelle sei serigrafie presentate in
occasione dell’apertura della Galleria Domestica a San Giovanni
Valdarno nel giugno del 1994. Qui Lorenzo, in questi colori
cosi squillanti da diventare puramente mentali, era convinto
di aver ottenuto il massimo. La luce e il colore riuscivano
ad unirsi e i risultati raggiunti venivano condivisi con le
parole dell’amico di una vita, Dino Carini. La tensione per
il colore annullava ogni possibilità per la figura umana:
ed anche le piante che escono dai muri non possono essere
vive ne essere destinate a morire. Ma, a rigor di logica e
di visione, nemmeno le costruzioni contano: restano solo i
colori. Al carattere assoluto e come disincarnato di queste
immagini contribuisce anche il procedimento della serigrafia
in cui materialmente Lorenzo non era coinvolto. Dietro a quella
scelta c’e la voglia di sperimentare un nuovo macchinario,
ma c’e anche la necessità di bruciare le tappe: Lorenzo non
aveva più tempo per stare giornate intere in stamperia.In
parallelo era cresciuta, e sembra una contraddizione, una
fiducia progressiva nelle apparenze della visione. E come
se Lorenzo, grazie alle rigorose esperienze bizantine, si
fosse depurato, come fosse passato attraverso una camera sterile.
Nelle sue immagini comincia di nuovo a girare I’aria della
vita: si stava aprendo la possibilità di una nuova pittura
di valori. I cieli non sono più delle lastre astratte ma sono
percorsi dalle nuvole, che vengono studiate dal vero attraverso
decine di fotografie. La luce ha preso a girare con felicita
sui paesaggi amati e i suoi personaggi sacri. Ci sono di nuovo
le ombre. E stato restituito alla visione il suo fondamento,
e cosi un albero può essere di nuovo un albero. Le persone
si possono ritrovare sotto una pergola o camminare per una
strada della campagna, e non e mai minimalismo. Si possono
rifare i quadri dei vent’anni, con la luce nuova, chiara e
razionale, quasi da Domenico Veneziano. Si possono rischiare
persino di dipingere su una grande tela i Bagnanti, uno dei
temi che perseguitano I’arte del novecento, ricercando, al
di la di Cezanne, la natura. Ma i corpi provano a spogliarsi
non in un luogo qualunque: fanno il bagno a Gorgiti, tra le
acque del torrente Ciuffenna, a pochi minuti di macchina da
Figline. Dietro all’assoluto ci sono sempre i nomi propri.
Erano questi i quadri che venivano presentati alla mostra
monografica della fine del 1993 nella Galleria Sperone Westwater
a New York.Nel corso del 1994 Lorenzo aveva provato una grande
emozione visitando a Roma, al Palazzo dei Conservatori, una
mostra su Pompei. Nel mio ricordo quell’esposizione itinerante,
piena di computer e con il Vesuvio in sensorround, non era
un’occasione straordinaria. C’erano pero un pò di pitture
romane, alcune davvero di grande qualità, che fecero scattare
nella testa sensibilissima di Lorenzo la voglia di intraprendere
nuovi lavori. Nei mosaici in pasta vitrea dal ninfeo della
casa "del Bracciale d’oro", con una specie di Paradiso vegetale,
gli sarà sembrato di ritrovare le origini naturalistiche dei
suoi adorati bizantini. Raccontava, pieno di passione, di
un ciclo con pitture di giardini dove si potevano riconoscere
I’oleandro e la rosa, la palma e il fior di loto: e passeri
e rondini posati sui rami degli alberi... Insomma scopriva
li I’impressionismo antico; si faceva imprestare da Moreno
Bucci, uno dei suoi amici più cari, il vecchio libro di Ragghianti
sui Pittori di Pompei. Se ne avesse parlato con me,
gli avrei dato da leggere un pò di Bianchi Bandinelli e gli
avrei raccontato del Wickhoff dell’Arte romana. Mi
pare che nell’ultimo disegno della mostra, fatto proprio pochi
giorni prima di morire, si avvertisse come Lorenzo stava per
uscire anche dalla fase felice e pulita delle temperine: con
I’acquerello e i pastelli colorati voleva forse misurarsi
con la pittura compendiaria degli antichi artisti romani.
Non so come sarebbero andate avanti le cose. Ancora una volta,
alla fine del secolo, di fronte a una morte cosi improvvisa
ed assurda, capitata nel pieno del fervore creativo de un
uomo di trent’anni, vengono alla mente domande un pò come
quelle che, ad altre generazioni, sono toccate, quando Boccioni
e caduto da cavallo nelle retrovie di Verona il 17 agosto
1916, quando Pascali si e fracassato la testa in un incidente
di moto il 30 agosto del 1968... Che cosa sarebbe venuto dopo
il Ritratto del maestro Busoni? Che cosa dopo i Bachi da setola
e il Ponte in lana d’acciaio? Verso la fine Lorenzo aveva
dichiarato ad un giornalista tedesco di non credere nella
chiesa cattolica ma di "aver pregato per dieci anni che Berlusconi
non arrivasse al potere". Senza arrabbiarsi, senza gridare
e con il sorriso sulle labbra, descriveva la distruzione del
paesaggio e i quiz trasmessi dalla televisione di Stato. A
tratti, altre volte, con più paura, parlava del "ritorno dei
barbari". (Questo testo è tratto, con alcune modifiche, da
quello che apriva il catalogo della mostra di disegni, stampe
e fotografie di Lorenzo Bonechi, tenuta al Gabinetto Disegni
e Stampe degli Uffizi nel 1996 |